lunedì, 28 gennaio 2008
Ore 11:30

Quando negli anni Trenta l’esplosione del Cinema d’animazione sembrava non conoscere limiti - con l’errata e diffusa credenza che il disegno animato di serie fosse la sola ed unica forma per implementarne il successo di platea – una confusionaria ed oltremodo eterogenea realtà si presentava agli occhi della critica. Ma fu soprattutto il pubblico a risentire maggiormente di questa situazione, nella misura in cui si trovava di fronte a stili, tecniche e metodi di fruizione del suddetto prodotto filmico senza che una necessaria scansione didattica ed una visione pragmaticamente ben definita lo accompagnasse durante il suo approccio passivo con l’arte dell’animazione.
L’approfondimento e lo studio dell’espansione di questo fenomeno cinematografico sono argomenti piuttosto interessanti, ma almeno altrettanto vasti e complessi da richiedere un impegno maggiore di quello ad essi ivi dedicato. Per questo, dando per scontate le origini “preistoriche” del disegno animato nel Mondo - e le sue (talvolta) autoproclamate finalità – individuabili in nomi quali P. Terry o i fratelli Fleischer, si può tranquillamente affermare che un vero e proprio periodo di svolta in quell’intricata situazione di stallo nel Cinema d’animazione è rappresentato proprio dagli anni Trenta del Novecento, periodo storico per antonomasia ed in cui il Cinema d’animazione ha finito per occupare una fetta predominante dei consensi indirizzati da parte del pubblico nei confronti più generalmente della Settima Arte.
E’ presupposto dell’industria cinematogrfica tutta quel dato di fatto che, sebbene all’apparenza banale, è sempre importante non sottovalutare: più i produttori investono, più il prodotto si vende con largo successo e soddisfacenti risultati. Per questo, mentre le ragioni dell’arte faticavano ancora a trovare una retta via su cui immettersi, quelle del commercio avevano già intuito che, nonostante la confusione generale, il Cinema d’animazione era un ottimo pretesto per ottenere lauti guadagni. Una mentalità tipicamente americana, che se talvolta ha ucciso l’anima pura (ed incontaminata dai pregiudizi materiali) degli artisti che per necessità vi ricorrevano, talaltra è riuscita a conciliare le esigenze di mercato con la più alta espressione dei talenti al momento in crescita.
Walter Elias Disney (1901 –1966) può dirsi l’uomo che meglio ha sposato questa filosofia (per ulteriori approfondimenti, fare riferimento a questo post). L’avvento nel mondo dell’animazione da parte sua è cosa nota ai più, così come il suo apporto innegabile nei confronti dello stesso è storia condivisa dalla maggior parte degli appassionati del genere. Ciò che spesso non viene tenuto in considerazione, piuttosto, è quella sua indiscutibile capacità di districarsi nel caos cui l’arte dell’animazione era pervenuta (e che in buona parte dipendeva anche da lui) innovando questa branca della cinematografia mondiale tramite l’immissione di un format inedito che cambiava radicalmente l’utilità pratica del disegno animato, almeno negli USA: il lungometraggio. Una formula che pareva novità assoluta in quest’ambito, ma che in realtà non può vantare a tutti gli effetti il primato mondiale, essendo anagraficamente seconda (e non di poco: vent’anni) all’opera dell’animatore argentino, di origine italiana, Quirino Cristiani, intitolata El Apostol (1917).
Dopo aver riscontrato un inaspettato successo per il personaggio di Mickey Mouse (in Italia noto come Topolino) - la cui paternità è probabilmente attribuibile ad Ub Iwerks – giustificabile forse con la capacità di quest’ultimo di precorrere i tempi e di idealizzare la coscienza collettiva dell’America catturando sguardi, attenzioni e risate, l’evoluzione del Cinema d’animazione di Wal Disney e dei suoi fedeli “aiutanti” non si è fermata di fronte allo scoglio della non comprensione data dallo stravolgimento del tessuto narrativo e tecnico: i primi film che vedevano protagonista il topo/ragazzo che incarnava da un lato la semplicità dell’americano medio, dall’altra parodiava le gesta eroiche del suo tempo di svariati personaggi che avevano conquistato il cuore degli americani (e così facendo, Topolino sapeva cavalcare l’onda del successo), erano caratterizzati dalla timorosa aderenza del mezzo cinema verso il reale (in questo, appunto, non distaccandosi molto dal Cinema “del vero”, così come lo si usava definire, in contrapposizione a quello d’animazione), spesso attenendosi agli schemi preimpostati da esso, talvolta ricalcandone letteralmente le vicende raccontate (Gallopin’ Gaucho, del 1928, per esempio). Più spesso accadeva che fosse la realtà sociale americana a fungere da fucina di idee e progetti, dimostrando come il disegno animato negli anni Trenta fosse dotato di una dirompente carica di ironia, spesso comicità, talvolta velato sarcasmo che riempivano il cuore del pubblico di nostalgico senso di appartenenza.

Mickey Mouse[1]
Ma ciò che a tutti gli effetti mancava al Cinema del Disegno era una doverosa coscienza autonoma, qualcosa che lo slegasse dalla realtà pratica e materiale di tutti i giorni e che facesse dell’animazione non più un genere narrativo, ma una tecnica cinematografica. Questa fase ambigua del Cinema d’animazione ha condizionato pesantemente critica e pubblico che, negli anni, non sono stati capaci di intravedere la comicità o la drammaticità, lo spirito moralista o la cruda sagacia, il vivido erotismo o il bigottismo sofisticato, il noir o l’epica nei “cartoni animati”, “accomunando” superficialmente opere come Shrek e Lupin III per il solo fatto che sono entrambe caratterizzate dall’animazione del disegno.
Questo falso storico è qualcosa che tutt’ora svilisce l’arte dell’animazione. L’incapacità di riconoscere in essa non un genere, ma una tecnica per narrare attraverso più generi (o più personalità artistiche espresse) ha sminuito il Cinema d’animazione e non ne ha permesso una necessaria conoscenza da parte del pubblico. In realtà, personalità come quella di W. Disney, sono state in grado di fornire alla tecnica e all’arte dell’animazione una sua peculiare coscienza indipendente, un modo per slegarsi dalle canalizzazioni teoriche. Con il disegno animato Walt Disney ha raccontato l’America semplice di Topolino. Ma resosi conto che tutto ciò imbrigliava notevolmente l’arte che sosteneva, ha preferito evolversi, per lasciare libero sfogo ad essa. E’ in questa fase che nascono le Silly Symphonies. Ma ciò che preme sottolineare non è tanto l’avvento di una nuova branca nelle serie animate, quanto piuttosto di una nuova filosofia cui le stesse si rifanno. A questo punto il realismo non bastava più. Disney ed Iwerks guardavano all’animazione come alla possibilità di infrangere le barriere del fantastico e del sogno, rifuggendo la verità (per quanto raffinata, nel tempo) per narrare fiabe e costruire un mondo nuovo, fatto di surreale commozione e languida rappresentazione della vita. Si innescavano meccanismi di esteriorizzazione dei sentimenti, caramellando ed infantilizzando le immagini. Le scarpe larghe ed i tratti appena accennati di Topolino erano ormai acqua passata; fu lo stesso Walt Disney a smentire coi fatti la sua programmatica precedente, caratterizzata da una dichiarazione esemplare della sua mentalità pragmatica riguardo alla creazione del personaggio di Mickey Mouse: Cinque dita ci parvero troppe per un esserino così piccolo, così gliene levammo uno. Un dito di meno da animare.
Una corrente molto più raffinata, quasi snob sembrava invece, appunto, soffiare in quel periodo negli studios di Burbank. Si suggerivano valori o dogmi etici, ma mai prendendo spunto dal “vero”. Ciò che prima era semplice, schematico, quasi “allergico alla sofisticazione”, sarebbe divenuto una totale trasfigurazione della realtà: non ciò che il Mondo era, ma ciò che esso avrebbe voluto essere.
E’ bene precisare, però, che in verità per arrivare a questa totale autonomia dell’animazione (per lo meno disneyana) si dovette passare attraverso un periodo di gretta sperimentazione. In altre parole, quelle Silly Symphonies che oggi apprezziamo tanto, sono servite unicamente da virtuosistico e manieristico esercizio di stile. Con esse Disney aspirava alla perfezione tecnica, una tensione che si sarebbe portato dietro e che avrebbe reso un vero perno di tutta la sua industria dello spettacolo. Qualcosa che, in un periodo così denso di cambiamenti, raggiunse il suo culmine con l’introduzione della multiplane camera: inaugurata con la Silly Simphony intitolata The Old Mill (1937), questa tecnica che ricercava preziosismi e perfezionamenti nell’ambito della rappresentazione della profondità – avvicinandosi alla tridimensionalità del soggetto rappresentato – consiste in un congegno che permette di porre i personaggi su un livello sfalsato e sovrapposto rispetto a quello delle scenografie o dei paesaggi.

200px-Multiplane_camera[1]
E’ con questa determinazione (che nel periodo della guerra costerà anche diversi dissapori e malumori all’interno dell’azienda, capaci di sfociare in uno sciopero davvero improduttivo per la Walt Disney) che il magnate dell’animazione più famoso al mondo è riuscito a farsi strada nella selva di stili e di opere anonime (per i non appassionati), imponendosi sulla scena mondiale e sviluppando per l’animazione quella coscienza autonoma e personale, per cui una tecnica poteva finalmente dirsi slegata dalle definizioni dottrinali e farsi mezzo unicamente stilistico per esprimere l’arte. Occorre però non dimenticarsi che, in questi anni che fungono da premessa vera e propria ai lungometraggi dell’animazione disneyana, Walt Disney ha saputo cogliere la palla al balzo e soddisfare le aspettative del pubblico. In fin dei conti il suo obiettivo primario era proprio quello di non deludere la piccola borghesia delle famiglie o dei benpensanti americani (e non solo).
Ma è proprio nella sua capacità di fare di necessità virtù che si può individuare l’abilità di Walt Disney. Riuscire a smuovere le acque ferme, o le fronde ingarbugliate di un mondo cinematografico che stentava a riconoscere sé stesso, per ingrandire un impero, sarà forse moralmente poco apprezzabile (sfido, però, a trovare, nel Cinema tutto, un produttore che non dipenda da simili leggi economicamente condizionate), ma è indubbiamente impresa ammirevole sotto il profilo dei risultati.
Tanto più se si pensa che quegli esiti a cui Disney è riuscito a giungere, si sono evoluti sfruttando l’onda del successo per divenire molto di più che un semplice tentativo di garantire il prodotto alle masse. Perché chi conosce l’universo disneyano, sa bene che i suoi lungometraggi, a partire dal sofferto ma soddisfacente esordio nel 1937 con Biancaneve e i sette nani, sono molto di più di un semplice ponte fra l’industria del Cinema ed il pubblico impaziente seduto sulle poltrone. Ognuno di essi contiene una storia, qualcosa di nuovo, un fascino misterioso dato proprio dalla sua peculiare ricreazione di un Mondo che nella realtà non c’è.
Ed è per questa ragione che ognuno di essi merita di essere approfondito separatamente da tutti gli altri.


Postato da: Richm0nd
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martedì, 29 maggio 2007
Ore 14:20
27 aprile 2007. Secondo giorno.

Un soave profumo di dolci, insinuandosi tramite il mio naso nella mia mente addormentata, mi fa lentamente riemergere dal mondo dei sogni.. Sembra odore di torta di mele, o qualcosa di simile, ma con un nonsoché di diverso dal solito... e piano piano apro gli occhi e vedo che nella mia stanza è già chiaro... e realizzo che sono steso su un divano... un divano... è vero! Sono a casa di Paperoga, a Paperopoli! E sono tutto sudato perché stanotte qualcuno mi ha coperto con una specie di bandierone a strisce rosse e blu, con una scritta che da qui non riesco a leggere bene... e fuori c'è il sole e penso che tra poco mi alzerò. Paperoga armeggia in cucina, lo sento fare fracasso con piatti e bicchieri e canticchiare. Alla fine mi tiro pigramente su dal letto e mi dirigo in cucina. Stendo il bandierone sulla spalliera del divano; c'è scritto "Drakesbro", che se non sbaglio ha qualcosa a che vedere col nome antico della città. Ora ricordo: quella scritta l'ho vista anche su un muro vicino all'autostazione! Già, Paperoga è tifoso del Paperopoli... ma non sapevo che in inglese la squadra avesse il nome antico della città!
Devo aver dormito per un'eternità, non mi ricordo nemmeno che cosa ho sognato. L'ultima cosa che ricordo è quella canzone di Switt&hatis, Sun & Pears. Fuori il sole picchia, saranno almeno le undici. Tardissimo, Paperopoli e Paperon de' Paperoni mi attendono! Paperoga armeggia con pentole e teglie, ha in testa un cappello da cuoco e dappertutto ci sono schizzi di salsa di pomodoro. Che voglia darmi salsa di pomodoro per colazione? Conoscendolo...
"Oh... ciao Zniga! Dormivi così bene... speravo che il profumo del mio capolavoro culinario ti svegliasse..." "Buon (yawn) giorno, Paperoga... Che cos'è, a proposito?" rispondo guardando dubbioso il forno, nel quale uno strano oggetto dalla forma irregolare sta gonfiandosi lentamente. "Una mia invenzione!" fa lui, gongolante. "Ho seguito la ricetta della torta di mele di Nonna Papera, ma visto che tu sei italiano ho deciso di aggiungerci un po' di pomodoro e mozzarella... mica male come idea, no?" "Glom... una meraviglia! Non vedo... ehm... l'ora di assaggiarla!"

* * *

Dopo un quarto d'ora trascorso a pulire gli schizzi di pomodoro e la  mozzarella che ha impiastricciato tutto, conseguenza dell'imprevista (ma prevedibile) esplosione del bizzarro sufflé di Paperoga, usciamo finalmente di casa. Sono qui per incontrare Paperone, ma prima il mio accompagnatore vuole portarmi un po' a spasso per la città. Per colazione sono riuscito a prendere solo un tè e il mio stomaco adesso fa "rumble". Andremo a piedi, così ci godremo meglio il paesaggio. C'è il sole e fa caldo; ora, guardando verso nord-est, vedo chiaramente il pinnacolo roccioso che ho intravisto ieri sera, e adesso ricordo perfettamente la storia in cui compare.

casa Gander

Camminiamo lungo una via in leggera discesa, che segue il declivio della collina verso la sponda del Tulebug. Sulla nostra destra, una lunga siepe tagliata a sezione quadrata corre separando la strada dal marciapiede. Sullo sfondo, verso nord, i grattacieli, e, finalmente, al disopra di tutto, la collina più famosa del mondo. Non vedo l'ora di essere lassù!
Non passa un'auto che sia una, c'è una leggera brezza e si sta benissimo. Sulla nostra sinistra, le villette del quartiere residenziale si susseguono in una schiera variopinta. Mentre Paperoga tenta di attirare la mia attenzione declamandomi i risultati di un corso per corrispondenza dal nome improbabile che ha appena finito di seguire, lancio occhiate ai giardini delle case. Ce n'è uno di una certa Mrs Jane, dove una gallina becchetta qualcosa tra l'erba; da quello di un certo Murphy proviene invece un delizioso profumo di pane appena sfornato. Poco oltre, la mia attenzione è attratta da una graziosa villetta rosa, con uno zoccolo di mattoni alto circa un metro tutt'intorno alla base e una bella siepe al posto delle recinzione. Il giardino è ingombro di scatole e scatoloni di ogni forma e dimensione, e la cassetta della posta è talmente stipata di lettere e pacchetti che si è aperta e non è possibile leggere il nome del padrone di casa.  Forse è qualcuno che ha appena traslocato e si sta arredando la nuova casa... vorrei chiederlo a Paperoga, ma forse è meglio lasciarlo immerso nel suo monologo e approfittarne per guardarmi intorno.

* * *

Dopo aver attraversato a piedi il Tulebug limaccioso, su di un ponte in mattoni con eleganti lampioni blu e filari di alberelli piantati lungo i marciapiedi, giungiamo in quello che sembra il quartiere commerciale. Non ci sono più villette, ma edifici alti e pieni di scritte. In uno slargo, di fronte a un distributore della Benz, vedo la prima pizzeria di Paperopoli. Vorrei fermarmi ma Paperoga mi invita ad andare oltre... più avanti, dice, c'è un centro commerciale carino dove c'è anche un ristorante.
E da un po' ho la sensazione di essere osservato... credevo che queste cose accadessero soltanto nei fumetti. Beh, ma qui siamo in una città dei fumetti... forse è solo la mia suggestione. Intorno a noi c'è un sacco di gente, ora: papere anziane con ceste della spesa e sacchetti rigonfi; uomini dal naso nero e tondo che portano a spasso il cane. Qui, tutto ha forme tondeggianti, abbastanza diverse da quelle più semplici e lineari del quartiere residenziale al di là del fiume.
In una traversa, una schiera di gatti miagolanti appostati ovunque, sui bidoni della spazzatura, sulle staccionate dei giardini e sui cofani delle auto, mi squadrano con aria incuriosita. "Come si chiama quella strada?" chiedo al mio accompagnatore. "Gatto Road" mi risponde. "Gatto perché ci sono i gatti?" Chiedo. "E poi perché Gatto in italiano?" "Beh... qui un sacco di strade hanno nomi italiani." mi risponde. "Questo è il quartiere latino. Vedi quella piazza laggiù in fondo? Quella è Arrigada Rios Square, da lì comincia il quartiere spagnolo. E il viale alberato che conduce verso il centro è Manrique Road. Da lì si va dritti verso la Collina Ammazzamotori. A proposito: stai attento ai criminali, qui nella zona dei negozi è pieno, tieniti stretto lo zaino..."
E mentre passeggiamo, dò un'occhiata alle traverse che incrociano la via che stiamo percorrendo. È strano, ognuna di esse sembra progettata e costruita con uno stile completamente diverso dalle altre, ma nell'insieme non stonano, anzi danno un'idea di varietà che non mi dispiace affatto. Oltrepassando una stradina, mi colpisce l'insegna di un ristorante genovese. Dei genovesi qui? In quella strada tutto ha bellissimi colori soffici e sfumati. Nella traversa successiva sia le case che le persone hanno forme barocche e ridondanti, i passanti hanno grandi occhi tondeggianti, le donne portano cappelli sfarzosi da cui spuntano lunghe capigliature a boccoli e le case sono piene di riccioli e volute. All'angolo, un altro ristorante genovese (ma quanti sono?) diffonde nell'aria un odore di pesto così buono che quasi mi sembra di essere a casa. La targa stradale ci indica che il nome di quella via è Scala Street. Credo di cominciare a capire.
Così, con il pretesto di leggere da vicino un cartellone pubblicitario, invito Paperoga a muovere qualche passo in Scala Street, deviando dal momentaneamente dal nostro cammino. E, come immaginavo, l'aspetto del mio accompagnatore cambia leggermente: è sempre lui, perfettamente riconoscibile, però il suo becco è un poco più allungato, i suoi occhi sembrano più grandi e le sue zampe sono più tozze. Proprio come pensavo...
"Scommetto che quella via tutta dipinta si chiama Chierchini Road, giusto, Paperoga? E quella che percorrevamo prima magari è Carpi Avenue..."
"Non ti sbagli, caro Zniga!" risponde, mentre torniamo sui nostri passi, sulla via principale. "In effetti, il viale che stiamo percorrendo ora si chiama Carpi Lane, ed è una delle strade più grandi del quartiere italiano. In particolare, siamo nel quartiere genovese, come forse ti sarai accorto. Paperopoli è una città multietnica! Quella tutta dipinta però non è Chierchini Road ma Barberini Street, che io confondo sempre con Chisté Alley. E tutt'e due, in effetti, conducono a Chierchini Road. Alla collina Ammazzamotori ci possiamo arrivare attraversando il quartiere spagnolo, oppure percorrendo Cimino Avenue! Tu cosa preferisci?"
Oddio... vorrei vederla tutta questa città... ma chi se l'immaginava una cosa del genere? "Senti... facciamo che ci sediamo su una panchina, guardo un attimo la mia carta e decido! Anche se sulla mia carta mancano un sacco di nomi..."

* * *

Detto fatto. Arrivati in Arrigada Rios Square, ci sediamo su una panchina. È una piazza grande e spaziosa, dalle prospettive un po' piatte. Ad un angolo, tre o quattro uomini dalle facce quadrate e dai grossi denti discutono animatamente. Poso lo zaino accanto a me quando all'improvviso le note di una scoppiettante e inconfondibile canzone mi scuotono: è la canzone di Aracuán, il clown della giungla de "I tre caballeros". Mi guardo già intorno sperando di vederlo sbucare, magari da Manrique Road (era proprio Manrique che lo aveva disegnato, giusto?), quando con un po' di delusione mi accorgo che si tratta della suoneria del cellulare di Paperoga. Chissà chi lo sta chiamando! Cerco di capire con chi sta parlando, sperando si tratti magari di Paperino o Paperone... cerco di sentire e non mi accorgo della mano coperta da un guanto giallo che si avvicina allo zaino che ho posato sul bordo della panchina... e ho appena il tempo di voltarmi e vedere il mio zaino allontanarsi sulle spalle di un tizio con il berretto verde, maglia rossa, jeans e scarpe gialle, che si allontana di corsa!
"Ehi! Al ladro! Un bassotto! Paperoga, fa' qualcosa! C'è tutta la mia roba per disegnare lì dentro! Al ladroooo!"
"Te l'avevo detto di stare attento! Qui è pieno di ladruncoli! Comunque non credo fosse un bassotto... Perché un bassotto dovrebbe derubare proprio te? No, ti sbagli, amico... i Bassotti puntano solo in alto, verso quella collina laggiù!"
"Beh, forse sapeva che dovevo incontrarmi con Paperone! E ha pensato magari che fossi un famoso affarista straniero! Ma ora dobbiamo ritrovarlo assolutamente! Come posso presentarmi da tuo zio senza la mia attrezzatura professionale? Da che parte è il covo dei Bassotti?"
"Fidati, amico: lo ritroveremo in un attimo! Te lo dicevo giusto appena usciti da casa mia: ho appena seguito un corso che si chiama Chi trova, prima ha cercato! Per trovare infallibilmente ciò che si è perduto, ci sono diversi metodi, ma il migliore è sicuramente..."

* * *

"...Affidarsi a me!" Mi giro di scatto. Capelli biondi e arricciati, cappello, giacca verde e modi eleganti: il papero che ho dinnanzi è inconfondibile. "Gladstone Gander, per servirti. Tu devi essere Zniga, giusto?"
"Giusto. Ma tu come fai a saperlo?"
"Beh, ho tirato a caso... ho detto la prima parola che mi passava per la testa!"
"Caspita, non pensavo che la tua fortuna arrivasse a tanto!"
"Scherzo... è stato zio Paperone a parlarmi di te! Senti Zniga... per caso hai fame?"
"Certo! Ma, non per ripetermi, come fai a saperlo?"
"Beh, ho appena vinto a una pesca di beneficenza due inviti per un pranzo gratuito nel più lussuoso dei ristoranti di mio zio... e visto che Paperina è a Quack Town da Nonna Papera mi sono chiesto: perché due? Ora l'ho capito..."
A questo punto interviene Paperoga: "Beh, allora se voi andate al ristorante... io mi autoinviterò da Paperino! Oggi farà i suoi famosi muffins allo sciroppo d'acero... slurp! A dopo!"
Capito lo scroccone? Ecco perché non voleva andare in pizzeria! Povero Paperino, non lo invidio...

* * *

Dopo un pranzo luculliano a base delle più famose specialità paperopolesi, tratte pari pari dal ricettario di Nonna Papera, ed innaffiate da un ottimo vino che non compare nei fumetti perché - mi spiega Gastone - i paperi non possono bere alcolici in pubblico, cosa c'è di meglio di una bella passeggiate per la città? Siamo ormai nelle immediate vicinanze della Collina Ammazzamotori, e naturalmente metto a perdere il mio nuovo accompagnatore perché mi porti a vederla da vicino. Gli ho spiegato del furto dei Bassotti e mi ha risposto di non preoccuparmi e di non separarmi mai da lui: ci penserà la sua fortuna a farmi ritrovare lo zainetto! E Paperone può aspettare... ha avvertito Paperoga che stanotte dormirò da lui, e da suo zio ci andremo domani.
Da un lato mi dispiace, perché sono impaziente di vedere Paperone, camminare sul tappeto di monete d'oro che ricopre il pavimento del suo ufficio, e vedere com'è il panorama dalla terrazza del Deposito: deve essere stupendo... però sono anche curioso di entrare in casa di Gastone, vedere come vive, e dare un'occhiata alla sua famosa cassaforte...
E dopo aver percorso Cimino Avenue dall'inizio alla fine, passando anche davanti alla casa di Paperino (ma riuscirò a conoscerlo, prima o poi?), arriviamo finalmente accanto alla staccionata di legno al di là della quale il terreno, coperto di erba e cespugli, sale vertiginosamente di colpo fino a un centinaio di metri d'altezza, a dominare come una terrazza tutta la città. Lassù c'è il forziere più famoso e più amato del mondo. È più piccolo di come lo si può immaginare, direi al massimo una quarantina di metri d'altezza. O forse è solo il fatto che si trovi tanto in alto a darmi questa impressione.



Accanto all'unico varco, protetto solo da una sbarra simile a quella dei parcheggi, piccola e ingannevole (chi immaginerebbe che al di là ci sono trappole micidiali?) un grosso cartello in legno, sbiadito dal sole ed eroso dalla pioggia, recita a lettere dipinte a mano: "Qui inizia la proprietà esclusiva di Paperon De' Paperoni. Divieto di accesso assoluto ai non autorizzati. Il proprietario non risponde di eventuali danni al trasgressore. Non siete i benvenuti." Il cuore inizia a battermi forte. È l'ingresso del Deposito di Paperone, quello vero! Quello che ho sognato di vedere per tanti anni... e ora è lassù, cento metri più in alto, e alla sola idea di dover attendere ancora un giorno per entrarci mi sento male...
Verso la cima della collina, i cespugli si diradano e l'erba oscilla accarezzata dal vento. Poco oltre la staccionata un merlo, ignaro di trovarsi sul terreno di proprietà di un autentico mito dell'umanità, canta la sua canzone appollaiato sul ramo di un arbusto di lampone (forse piantato apposta per avere frutta gratis...), esattamente come farebbe se fosse nel giardino di chiunque altro. Le api ronzano sui fiori del trifoglio rosso. E al di là della sbarra, una strada sterrata e stretta, molto più ripida e sconnessa di come appare nei fumetti (eh, l'asfalto costa...), sale con una serie di tornanti fino alla sommità... e tra un tornante e l'altro delle scalette, scavate nel terreno, collegano le curve in una scorciatoia: se Paperone fa tutti i giorni quella strada per risparmiare benzina, lo credo che alla sua età ha la tempra che ha!

* * *

Sto camminando verso casa con Gastone, ancora scosso dalla visione del Deposito. Attraversiamo il Tulebug su un altro ponte, molto più moderno, in cemento, a più corsie: qui gli argini del fiume sono alti e c'è gente che pesca. Si vede in lontananza il porto e una grande banchina, che, apprendo dal mio interlocutore, si chiama Cavazzano Quay.
Gastone non è antipatico, anche se a volte è un po' pesante: sembra non saper discorrere d'altro che di premi e lotterie. Imparo presto che se mi parla di un posto in cui è stato in vacanza (sembra abbia girato il mondo) è meglio non chiedergli come abbia deciso di andare proprio lì: la risposta è scontata... E mi racconta di come a volte sia difficile interpretare il ruolo a cui l'hanno destinato nei fumetti.
Sempre vincite, sempre lotterie, milioni di premi di cui in fondo non sa cosa fare... perché, mi racconta, ha pensato decine di volte di sfruttare economicamente la suia fortuna, magari rivendere i premi o usarli in qualche modo, ma il ruolo dell'affarista spetta sempre e comunque a Paperone... e se vuole regalarli, deve aspettare un momento in cui nessuno lo sta disegnando, perché nei fumetti deve sempre e comunque mostrarsi antipatico... "vedi quello?" mi fa a un certo punto, indicando un portafogli smarrito sul marciapiede, che io non avevo visto per niente "Magari dentro ci sono duemila dollari, ma che lo prendo a fare? Alla fine so che non sarò mai ricco come mio zio..." Povero Gastone! In fondo non è diverso da tutti noi... ed è molto più simpatico di come lo immaginavo.

* * *

Dopo una lunga passeggiata arriviamo finalmente alla casa di Gastone, in Barks Drive, e scopro che si tratta della casetta rosa con il giardino pieno di scatole e scatoloni! Come ho fatto a non pensarci prima? Quelli sono tutti i premi che ha vinto, questa non poteva che essere casa sua!
L'interno è accogliente e ordinato, niente a che vedere con la casa bizzarra di paperoga. C'è un bellissimo divano verde, quadri astratti appesi alle pareti con figure che sembrano occhi, eleganti porte a vetri e, ovunque, vasi con dei cactus. Non sapevo che fosse appassionato di piante grasse.
"Una cosa però non capisco: abbiamo pranzato tardi, è vero, ed abbiamo fatto una lunga passeggiata, ma non dovrebbe essere ancora tardissimo... com'è che il sole sta ormai tramontando?"
"Beh... guarda lassù!" risponde Gastone, indicando il cielo fuori dalla finestra "Cosa dice la scritta?" (quale scritta? Questo qui è tutto matto... penso guardando in alto...) In effetti in alto a sinistra, in cielo, una scritta dentro un riquadro, che sembra tracciata con l'inchiostro, recita "Molto tempo dopo..." Ma caspita! Allora non le vediamo solo noi lettori quelle scritte! Questa città mi sorprende sempre di più!

* * *

Dopo una cena a base di Pasta Birilla - Gastone mi racconta di averne vinto un quintale anni fa e di non essere più riuscito a smaltirlo per colpa di tutti quei pranzi e cene gratis nei ristoranti - Gastone mi mostra il megaschermo al plasma che gli hanno appena recapitato.
"Volevo vedere Linea diretta con la fortuna su McDuck Channel" mi fa. "Una trasmissione molto popolare qui. Fanno domande ai concorrenti e nel corso della serata telefonano anche a casa di un abbonato e se sa rispondere a una loro domanda vince qualcosa. Sai, questa settimana c'è in palio un superfrigo De Luxe, e siccome il mio frigo s'è giusto guastato..."
"Capito, capito..."
"Beh, se non ti interessa, puoi guardare la replica dell'ultima partita del paperopoli sulla TV in cucina, quella vinta quando ero in vacanza alle Bendive come unico abitante del quartiere a non aver partecipato alla lotteria... oppure sulla TV nel bagno, che mi hanno regalato quando ho ritrovato la collana della contessa McTurkey... o ancora dalla mini-TV nello sgabuzzino che mi hanno recapitato per sbaglio e che..."
"Va bene, Gastone, va bene..."
Il divano di Gastone è più comodo di quello di Paperoga e io sono stanco... e Linea diretta con la fortuna non è quel che si dice un programma interessante... così piano piano gli occhi mi si chiudono... e la voce del presentatore si trasforma piano piano nella mia mente in una voce più anziana... che ho già sentito nei cartoni animati... un vecchio papero con le basette alza la sbarra del Deposito e mi invita a entrare, ha srotolato perfino una passiera che arriva fino all'ingresso... non non è una passiera, è la lista dei debiti di Paperino... io ci cammino sopra... peccato che sia solo un sogno, ma lo scoprirò solo domani... buonanotte...



Note

I colori rosso e blu della squadra di calcio del Paperopoli si ritrovano in diverse storie, tra cui Paperino e la partita gratuita di Abramo Barosso / Giuseppe Perego, I TL 463, ottobre 1964. È invece mia invenzione l'identificazione del nome inglese della squadra con l'antica denominazione della città, Drakeborough o Drakesbro (vedi anche il secondo disegno della I puntata).

I particolari relativi all'aspetto esterno della casa di Gastone e al suo quartiere, nonché i nomi dei vicini di casa, sono tratti da Gastone e la prova del lavoro di Carl Barks, pubblicata in Italia su TL 735, agosto 1951.

Il ponte sul Tulebug di mattoni con gli alberi e i lampioni blu compare in Sgrizzo, il papero più balzano del mondo di Romano Scarpa, I TL 465, ottobre 1964.

L'aspetto del quartiere dei negozi, con il distributore della Benz, la pizzeria e il centro commerciale, è tratto da Una fidanzata per Paperoga di Nino Russo / Alessandro Barbucci, I TL 2117-A, giugno 1996.

José Maria Manrique è menzionato in riferimento al personaggio di Aracuán in quanto autore di Donald Duck – Clown of the Jungle, D 2000-023, adattamento per l’albo speciale scandinavo From All of Us to All of You dell’omonimo cortometraggio del 1947.

Il riferimento al corso per corrispondenza "Chi trova, prima ha cercato", che nel racconto Paperoga afferma di aver appena finito di frequentare, rimanda alla sua omonima affermazione riportata in Paperino, Paperoga e il posto sicuro di Rudy Salvagnini - Lorenzo Pastrovicchio, I TL 2682-2, pubblicata il 24 aprile 2007, cioè tre giorni prima della mia visita a Paperopoli.

L'interno della casa di Gastone è descritto come appare in Paperino (& Gastone) e la tele-fortuna di Staff di If / Massimo De Vita, I TL 1597, luglio 1986; dalla stessa storia sono tratti i riferimenti al programma televisivo Linea diretta con la fortuna e al quintale di pasta Birilla vinta da Gastone.

Il ponte sul Tulebug in cemento vicino alla foce, dal quale si vede il porto, compare in Zio Paperone e l'inafferrabile Trizompa di Rodolfo Cimino / Giorgio Cavazzano, I TL 1775, dicembre 1989.

Mia è invece l'idea di intitolare strade e piazze di Paperopoli ad autori Disney di varie nazionalità. Nell'attribuire i nomi ho cercato di attenermi il più possibile alle caratteristiche stilistiche di ciascun autore: per cui la strada principale del quartiere in cui i paperi abitano porta il nome di Carl Barks, che per primo ne ha sviluppato i caratteri; il quartiere commerciale tra il Tulebug e la Collina Ammazzamotori, dove abita Paperino e dove si svolgono gran parte delle storie italiane, è il quartiere italiano; Giorgio Cavazzano, esperto nel delineare paesaggi industriali e portuali, presta il suo nome al principale molo del porto; a Rodolfo Cimino, che spesso coinvolge nelle sue storie sia Paperone che Paperino, è intitolata la strada che unisce la Collina Ammazzamotori alla casa di quest'ultimo e così via.

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venerdì, 27 aprile 2007
Ore 12:09
26 aprile 2007. Primo giorno.

            “Guarda, nonno! Un papero!” strilla eccitatissimo un bimbo seduto non distante da me, l’indice teso verso l’oblò, nell’altra mano il binocolo. Al di là del vetro, in basso, un tappeto di casette multicolori scorre, ormai a poca distanza, sotto la pancia del rosso aeroplano della Mc Duck Airlines che si è staccato quindici ore fa dalla pista di Madrid, per portarmi a fare conoscenza con la città più affascinante e bizzarra d’America.
            “Ce ne saranno tanti, vedrai...” fa il nonno, sorridendo. In effetti, di paperi è pieno il velivolo: paperi distinti di mezza età in giacca e cravatta, oppure paperotti in jeans e T – shirt, identici a quelli conosciuti sulle pagine dei fumetti, che tornano a casa dagli angoli più disparati del pianeta. Ma vederne uno da quassù nel suo “ambiente naturale” fa tutto un altro effetto. E il mio occhio, man mano che ci abbassiamo, inizia a cogliere sempre più particolari nella variopinta distesa di villette che scivola sotto di me: auto dalle forme tondeggianti dipinte a colori vivacissimi, alberi di pino e abete accanto alle case che sarebbero perfetti per Cip e Ciop, rosse cassette della posta tutte uguali, di fianco ai cancelletti dei giardini...
            E dopo quindici ore trascorse inseguendo il sole sull’Atlantico, il breve scalo a New York e la traversata coast-to-coast degli States, siamo arrivati, finalmente. Quasi non ci credo. L’orologio segna le tre del mattino, ma qui sono le 19, il sole è ancora alto.
        “Laggiù!” fa uno “Sulla collina!” E tutti i miei occasionali compagni di viaggio incollano il naso all’oblò, sbigottiti, mentre sotto i nostri occhi si apre l’ampia valle del fiume Tulebug, che scorre pigro verso il Pacifico immenso. È solo un attimo, il tempo di sospirare di meraviglia, e il profilo inconfondibile della Killmule Hill scompare dietro un’altra collina, e anche il mare non si vede più. Appena il tempo di rendermi conto che l’ho vista, che allora esiste davvero.


            In a few minutes, we will land in quack cape airport, Duckburg, Calisota. Weather is fine and temperature is 22.0 °c. Please keep your belts fastened.

            Così gracchia metallico l’altoparlante, con un fortissimo accento del sud-ovest, esasperato, se possibile, dalla risonanza nasale e paperesca della voce dello steward. Intanto ci siamo abbassati ancora, l’aereo si inclina descrivendo un’ampia curva, e non ci sono più case ma solo campi, trenta metri più in basso… anzi venti... dieci... cinque... BOING! ‘cipicchia che botta! RI-BOING! Ma allora è vero! Non sono i disegnatori che esagerano, qui gli aerei rimbalzano realmente sulla pista come fossero palle di gomma! Vuoi vedere che anche le auto, quando vanno veloci, viaggiano con tutte e quattro le ruote staccate dalla strada?
             Mentre l’aereo si ferma e io rinuncio a cercare di ripiegare la mia carta–lenzuolo della città (sulla quale, ho appena realizzato, mancano i nomi di un sacco di strade) cacciandola tutta accartocciata nello zainetto, affianchiamo un altro jet, nero e rosso, dalle forme aerodinamiche e ultramoderne. È l’aeroplano della Rockerlines, partito insieme al mio da Madrid e arrivato già da un’ora buona (qui quel poco che non è di Paperone è di Rockerduck, devo mettermelo in testa). Al suo confronto, il velivolo su cui ho viaggiato sembra un residuato della prima guerra mondiale. E vista la compagnia cui appartiene, non mi stupirei se lo fosse veramente.

* * *

            È passata un’ora. Il sole sta per tramontare a Paperopoli e si accendono i lampioni, mentre il bus attraversa di corsa le strade deserte in direzione dell’autostazione, che secondo la carta ormai tutta stropicciata che ho in mano dovrebbe trovarsi nella zona est della città, abbastanza vicino ai confini orientali del Coot Park, il grande parco comunale che si vede in tutte le storie.
            Sfilano ai lati capannoni pieni di crepe, magazzini al piano terra privi d’insegna con le saracinesche abbassate. Un cartellone pubblicitario, dall’aria un po’ datata, decanta i pregi di un certo Woodland Hotel, che sembra una baita di montagna (ma dove l’ho già sentito?), mentre su di un muro che un tempo doveva essere bianco, un’enorme scritta blu fatta con lo spray propone una similitudine tra la squadra locale del Pepper (anche questa non mi è nuova) e un rifiuto organico. E inizio con stupore a rendermi conto di come questa città sembri piccola se la vedi disegnata e di come sia in realtà tentacolare e immensa.
            Siamo in una zona industriale, si direbbe. Oltrepassiamo quella che pare una grossa fabbrica dai muri giallastri, le finestre a nastro e tre alte ciminiere fumanti, contrassegnata con l’inconfondibile marchio del dollaro. Man mano che procediamo, compaiono i primi negozi. Una drogheria che sorge in un minuscolo edificio rosa, con una tenda verde sopra l’ingresso, altre botteghe man mano che ci si avvicina al centro. Ma anche edifici in rovina, per metà scrostati, con i mattoni in vista. Un orrendo palazzotto giallo con l’intonaco che cade a pezzi, a un crocicchio, con una grande vetrata sporca al piano terra e la porta aperta, evidentemente abbandonato, potrebbe essere un nascondiglio ideale per la Banda Bassotti (a proposito... chissà se incontrerò i Bassotti!).
            Ma dove sarà tutta la gente? Sembra che questo quartiere sia deserto. Dove sarà la folla che si vede sempre nei fumetti, mi chiedo. E mi chiedo anche perché mai Paperon de’ Paperoni mi abbia mandato a chiamare e mi ospiti qui a sue spese. Cosa può volere il papero più ricco del mondo da un illustre sconosciuto come me?
            E soprattutto, chi sarà il misterioso “accompagnatore” da lui mandato a ricevermi all’autostazione, che stanotte mi ospiterà a casa sua? Come vorrei che fosse Paperino! Chissà se potrò conoscerlo...
            Mentre mi arrovello su queste domande, ecco che fuori dai finestrini quel quartiere fatiscente è scomparso... ora siamo in una zona più elegante e piena di alberi... direi che siamo in periferia e dovrebbe essere il quartiere sportivo. Ad un certo punto, lungo una curva, passiamo accanto a un lunghissimo e imponente edificio rosso e grigio, con una scalinata monumentale d’accesso e un filare di pini che corre lungo tutta la facciata. Una costruzione maestosa e interminabile, che, stranamente, non è illuminata da nemmeno una luce... però anche questa ho l’impressione di averla già vista... quartiere sportivo... mumble... quartiere sportivo... Ma certo! È la Polisportiva De’ Paperoni! Ecco perché è tutta buia... neanche i soldi per l’illuminazione vuole spendere, quello spilorcio!

* * *
           Questa di Paperopoli è l’autostazione più grande che abbia mai visto finora, penso mentre attraverso il grande atrio, insieme ai miei numerosi compagni di viaggio carichi di zaini che qui, come per magia, sono diventati improvvisamente molto più gonfi, buffi e colorati. L’aria ha un odore particolare, mai sentito, come di carta e d’inchiostro. Ma mi piace. Girare per una città dei fumetti sta cominciando a piacermi, ad ogni angolo c’è una sorpresa...
            E intanto esco sul vasto piazzale davanti alla stazione e mi guardo intorno. C’è pieno di taxi in sosta, dalle forme soffici e tondeggianti, rossi con i parafanghi blu e un disegno a scacchiera sulla fiancata. In ognuno c’è un autista vestito di blu, con un cappello simile a quello dei poliziotti e il nero, tondo, buffissimo naso che caratterizza tutti gli abitanti senza il becco di questa città. Una piazza senza nome, tanto per cambiare. La cerco sulla mia cartina tutta spiegazzata: è segnata, ma di un nome nemmeno l’ombra. Non appena trovo una libreria mi compro una cartina della città fatta bene, altro che! Ce ne fossero, però... in questo quartiere, ancora abbastanza periferico, sembra tutto chiuso.



            Giro l’angolo: dietro l’edificio dovrei trovare il mio accompagnatore di oggi ad aspettarmi. E in effetti, accanto a un muro scrostato pieno di scritte (una delle quali, piuttosto sgrammaticata, recita De’ Paperoni ladro: tutto il mondo è paese, penso), un giovane, magrissimo papero dai lunghi capelli spettinati sorseggia una birra, appoggiato a uno scooter sgangherato, buffissimo. Non mi aspettavo certo che Paperone mi mandasse a prendere in limousine, ma viaggiare su quel coso mi sembra degno di un aspirante suicida...
            Intanto il mio accompagnatore si stacca dallo scooter e si avvicina. Indossa una larga felpa con la scritta Duck Power e un cappello di lana... un cappello di lana... “Fethry! Fethry, oh dear! How do you do!” mi esce, senza che abbia pensato minimamente di dirlo. “Mr. Zniga, I suppose?” fa lui. “I’m Fethry. Pia...cere... How do you say in Italian?” (per comodità d’ora in poi tradurrò tutte le conversazioni in italiano). “Lo zione mi ha detto tutto di te! Hai viaggiato su uno dei suoi rottami, vero?” Ha un accento identico a quello dello steward sull’aereo. Non te lo immagineresti leggendo i fumetti. “Scusa se non ho altro che ‘sto rottame per venirti a prendere... ti offrirei qualcosa ma... a proposito... vuoi un sorso di birra? Non è la Mc Duck, quella secondo me fa schifo... è una birra ecosolidale che costa niente. La fanno in Brasile, dalle parti di Dinamite Bla... anzi, credo la produca proprio lui...”  Ma daiii! Una birra prodotta da Dinamite Bla! “Certo che la voglio! Grazie mille! Non per scroccare, eh... che poi non dite che noi genovesi siamo tutti uguali...” “Ah! Genovese? Andrai d’accordo con lo zione, allora! Dai, salta su, che ti porto a casa mia!”
            Wow, a casa di Paperoga, non riesco a crederci! Caro Paperoga, non si smentisce mai, penso mentre salgo titubante dietro di lui sullo scooter. “Tieniti forte!” E ancora non ha finito di dirlo che già sfreccia a razzo sull’asfalto. Come nei cartoni animati, ho l’impressione di restare un attimo sospeso nel vuoto prima che il mio corpo segua il movimento del bizzarro mezzo. “Frena!” urlo “Vuoi che ci ammazziamo entrambi?” Ma lui, zigzagando tra strane automobili e autobus strapieni con la sicurezza di un campione di slalom, “Tranquillo!” risponde urlando, per coprire il rumore del traffico che ora è più intenso “Qui, anche se cadessi dal tetto del Deposito, al massimo finiresti all’ospedale tutto fasciato da capo a piedi come una mummia, e due vignette dopo saresti più sano e vitale di prima...” Sarà, ma non sono tranquillo lo stesso.
            Dopo tre o quattro minuti di corsa folle e dopo aver evitato per un pelo un enorme camion pieno di terra di un certo Timothy Diesel – mi sono visto la scritta a venti centimetri dalla faccia – attraversiamo una zona con edifici più alti e dall’aspetto più monumentale. Sembrerebbe una zona commerciale. Non ho bene idea di dove siamo... ma penso che anche i nomi di questa parte della città non siano segnati, sulla mia carta. Però comincio finalmente ad ambientarmi. Sbirciando tra i palazzi ai lati del viale che sto percorrendo vedo del verde: quello deve essere il famoso parco. Stiamo viaggiando verso sud, tra non molto dovremmo attraversare il fiume. Eccolo infatti: il Tulebug, che non si vede praticamente mai nei fumetti, ma c’è. E al di là il terreno si gonfia e si articola in mille collinette tutte coperte di piccole case colorate, quelle che ho già visto dall’alto, dall’aereo, e che si vedono in tutti i fumetti. Colori vivaci, che sarebbero orribili in ogni altra città, mentre qui si armonizzano a meraviglia con l’ambiente. E gente qui ce n’è, per le strade, uomini dal naso nero che portano a spasso cani simili a Pluto, oppure strani personaggi col becco a punta che leggono il Papersera sulla sdraio, con la lampada accesa. Ormai è praticamente buio.
            Anche Paperoga ha rallentato e dopo un po’ si ferma in prossimità di una casetta, una casa che non ricordo di non aver mai visto nei fumetti. Appena sceso dallo scooter guardo verso nord, per vedere se riesco a scorgere da lontano la collina di Paperone. Credevo si vedesse da ogni punto della città, invece non è così. Da qui per esempio non si vede: la vista si apre verso nord-est, in direzione della periferia e del quartiere industriale che abbiamo appena attraversato. “Cos’è?” chiedo meravigliato, indicando una sorta di pinnacolo roccioso, lontanissimo, con una strana costruzione in cima... che mi pare abbia un aspetto vagamente familiare, anche se non ricordo bene dove l’ho già vista. “Quella casa in cima alla roccia, dici?” fa lui mentre prova le mille chiavi del mazzo che ha in mano cercando quella giusta per aprire casa “Ci abitava un tizio, una volta... uno veramente furioso!” (per dirlo lui, furioso doveva esserlo davvero!).

* * *

            L’interno della casa è indescrivibile. Pareti dipinte a colori vivaci, poster di cantanti sconosciuti e di rivoluzionari di paesi dai nomi improbabili, il simbolo della pace e i colori della Giamaica dappertutto, e perfino, in un angolo, un grosso narghilè che ha l’aria di esser stato usato da non molto. Nell’aria un odore dolce e inconfondibile. “Paperoga!” mi stupisco “Ma è proprio casa tua? Non è mai stata così!” “Non dirmelo!” fa lui “Non immagini lo sbattimento, pulire e far sparire tutto ogni volta che devono disegnare l’interno di casa mia! Sono politicamente scorretto, dicono, capisci? Comunque mettiti comodo, intanto!” Non me lo faccio ripetere e mi sdraio sul divano (non dormo da un giorno intero!) mentre il caro Paperoga fa partire lo stereo a palla, giusto per conciliare il sonno...
            Woooah! The sun rises / Over pear treeees... gridano due voci che sembrano Simon & Garfunkel, su una base squisitamente anni Settanta. Ma questa canzone proprio non l’ho mai sentita. “Cos’è, un inedito di Simon & Garfunkel?” chiedo distrattamente, mentre già le palpebre mi si chiudono. “No” fa lui mostrandomi due tizi sulla copertina di un disco. “Sono loro! Se vuoi te lo duplico, sono fortissimi!” (Switt e Hatis! Ma certo! Quelli che costrinsero Paperone a finanziargli un tour in giro per il mondo in quella storia del...)
            “Ehi Zniga! Vuoi un tè?” è l’ultima frase che sento (ma quanto è comodo questo divano!), mentre già dietro i miei occhi chiusi iniziano a scorrere le immagini di questa giornata indimenticabile, le villette dall’alto, l’autostazione, e piano piano le voci di Switt e Hatis, i colori della Giamaica e l’odore dolciastro che permea la casa di Paperoga si fondono piano piano nella nebbia sempre più scura e crescente di un sonno ristoratore... avrei mille cose da chiedere, tipo perché non ci sono i nomi delle strade sulla mia carta, tipo come si chiama questa via dove siamo, tipo se domani andremo al Deposito... ma c'è tempo, si sta così bene qui... “Buonanotte Paperoga...” Buonanotte Paperopoli...



Note

L’aspetto generale del territorio di Paperopoli, il nome del fiume e l’aspetto della Killmule Hill, così come la presenza dell’isolotto al centro della baia, sono tratti dalle opere di Carl Barks e Don Rosa, nelle quali questi elementi si ripetono costantemente.

Il Woodland Hotel compare in Paperino dinosauro dilettante di Sisto Nigro / Federico Mancuso, I P 316, ottobre 2006

Il riferimento alla squadra locale del Pepper si trova in Paperinik e il tifoso criminoso di Giorgio Pezzin /Guido Scala, I TL 1734 – A, febbraio 1989

I particolari riguardanti il quartiere industriale sono tratti prevalentemente da Paperino e il croccante al diamante di Giorgio Pezzin / Giorgio Cavazzano, I TL 1108, febbraio 1977; dalla stessa storia è tratto il riferimento a Timothy Diesel e alla sua attività di trasporto terra, nonché alla bizzarra costruzione che sorge in cima al pinnacolo roccioso. L’ubicazione del pinnacolo nei pressi del quartiere industriale, alla periferia orientale della città, è dedotta dal fatto che Paperino e Paperoga nella storia citata impiegano pochi minuti a piedi a raggiungere il pinnacolo dalla sede del grossista di dolciumi ed ex gangster Gian Duiott (che è l’edificio in abbandono menzionato nel racconto).

L’aspetto della Polisportiva De’ Paperoni è tratto da Zio Paperone e il calcio a buon mercato di Riccardo Secchi / Giorgio Cavazzano, I TL 2443–1, settembre 2002

La livrea dei taxi di Paperopoli e la divisa dei tassisti sono quelli che compaiono in Sgrizzo, il papero più balzano del mondo di Romano Scarpa, I TL 465, ottobre 1964

Il riferimento alla canzone Sun&Pears e al duo Switt – Hatis è tratto da Zio Paperone e il duo singolare di Giorgio Figus / Valerio Held, I TL 1845 – C, aprile 1991, dove la canzone è menzionata con il titolo Il sole e le pere.

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martedì, 27 marzo 2007
Ore 09:46
“THE LIFE AND TIMES OF SCROOGE MC DUCK” (“PAPER DINASTIA”)
DI KENO DON ROSA,
ovvero VITA E FANTASTILIARDI DI PAPERON DE’ PAPERONI




PAPERON DE’PAPERONI OGGI

        Chiudete gli occhi, e immaginate di trovarvi a Paperopoli, nella via principale della città. La conoscete? No. E come potrebbe essere altrimenti? Facciamo un altro gioco: provate a descrivere dettagliatamente a parole l’aspetto estetico della villetta di Paperino o della piazza principale di Paperopoli, con tanto di Municipio. Sareste in grado di farlo? Io penso di no, per il semplice fatto che, almeno fino ad oggi, non esiste una topografia ufficiale della città di Paperopoli (Duckburg), e che gli  autori – sceneggiatori e disegnatori – ci offrono quotidianamente interpretazioni personali riguardo alla disposizione geografica di strade ed edifici più importanti della città abitata dai paperi più famosi del mondo.
        Tuttavia essi concordano all’unanimità su di un elemento: il deposito di Paperon de’ Paperoni (Scrooge Mc Duck), il papero più ricco del mondo, e sulla sua collocazione in cima alla Collina Ammazzamotori (Kill-motor Hill).
    Vero è che ancora oggi sono riscontrabili palesi differenze da un punto di vista estetico: alcuni artisti preferiscono tratteggiare la Collina Ammazzamotori  come un rilievo naturale piuttosto marcato, altri la dipingono invece come un piccolo colle dai fianchi molto più dolci. Senza contare che i disegnatori italiani (da Romano Scarpa in poi) rappresentano l’edificio sormontato da una grande cupola, che manca nelle tavole di tutti i suoi colleghi d’oltreoceano.
        Tuttavia, queste differenze non sono mai così radicali da far sì che da una storia all’altra muti completamente la fisionomia di quella parte della città. Aggiungerei, anzi, che sono davvero rare le storie ambientate a Paperopoli, in cui non compaia almeno una volta l’immagine del deposito sulla sommità della collina.
        Questa inevitabile constatazione ci introduce ad un quesito essenziale: come mai, se nel linguaggio artistico disneyano vige la consuetudine di non attribuire molta importanza alla rappresentazione geografica dell’intera città di Paperopoli  e all’estetica dei suoi edifici principali, gli autori smentiscono questa regola nella misura in cui convenzionalmente rappresentano il deposito di Paperone in cima alla collina?

Come l'Acropoli per Atene o il Colosseo per Roma, il Deposito è il simbolo inconfondibile di una città.

       
La risposta è data dallo spessore che contraddistingue il personaggio di Paperone nel panorama dei protagonisti disneyani. Paperopoli nasce grazie a Paperone, “è di Paperone”. E allora non è azzardato asserire che Paperone è l’essenza stessa della città in cui vive, l’anima di una Paperopoli che senza di lui sarebbe rimasta un nucleo rurale, ai piedi di un fortino diroccato.
        Da questa valenza simbolica che la figura di Paperone sembra assumere fin dai tempi di Carl Barks, il suo creatore, nasce l’esigenza di una biografia, che necessariamente ci spieghi come un piccolo papero scozzese abbia potuto portare quelle quattro case sparute sulla costa occidentale degli Stati Uniti a diventare la capitale del “duck power”, se mi è concessa questa licenza linguistica. Paperone apre la strada a tutti gli altri importanti e famosi personaggi che conosciamo, i quali devono tutti qualcosa a questo anziano palmipede: non potremmo, per esempio, identificarci nel ben riuscito personaggio di Paperino (il cui nome per esteso è Donald Fauntleroy Duck), il “celebre pennuto qualunque”, lo svogliato, lo sfortunato, l’antieroe per eccellenza, se prima di lui un vecchio papero scozzese non avesse girato il mondo, alla ricerca della “ricchezza perfetta”, tra le mille peripezie e i pericoli di una vita avventurosa.


L’IDEA CHE NASCE DAL GENIO

   
    Keno Don Hugo Rosa coglie la palla al balzo, e compone quello che può essere definito come un moderno “poema”,  strutturato in vignette, anziché in versi: The life and times of Scrooge Mc Duck, noto in Italia come Paper Dinastia o, più semplicemente, la Saga[1].
        Questo autore, chiamato per brevità Don Rosa, nasce nel 1951 a Louisville (Usa), da famiglia di chiare origini italiane: il nonno, Gioacchino Rosa Gastaldo, nacque nel 1877 in provincia di Udine, ed emigrò all’inizio del Novecento negli Stati Uniti, dove per ragioni linguistiche venne soprannominato Keno (un diminutivo, appunto, di Gioacchino).

Don Rosa, l'erede di Carl Barks e autore della Paper Dinastia, mentre disegna un papero (si noti il becco sul foglio)

        Il nipote di questo emigrante italiano, erediterà quel “Keno” da suo nonno, e si distinguerà nella sua famiglia per una irresistibile passione verso i fumetti, in particolare verso la figura di Paperon de’ Paperoni. Nel 1986 Don Rosa riesce a soddisfare il suo sogno di sceneggiare e disegnare storie Disney che vedono protagonista Paperone. Ed arriverà, nel 1993, a terminare la Paper Dinastia, che in Italia viene pubblicata per la prima volta sul mensile Zio Paperone, dal numero 70 del luglio 1995 al numero 81 del giugno 1996.
        Si tratta di un’opera che potremmo definire di “restauro”. Infatti Don Rosa, pur dimostrando una creatività ed una “razionale fantasia”[2] fuori dal comune, altro non fa che tessere un mosaico, attingendo informazioni relative alla vita di Paperone direttamente dalle opere del suo creatore Carl Barks.
        Non c’è episodio, fra quelli narrati nella Paper Dinastia, che non sia stato tratto da qualche precedente storia di Barks, anche se magari nella stessa si faceva ad esso solo un minimo cenno o riferimento.
        Affidandosi in tutto e per tutto a Carl Barks, Don Rosa non si limita a sfruttare il genio del creatore dei paperi, ma rende a questa colonna del fumetto mondiale un tributo, un monumento sotto le mentite spoglie di una biografia di Paperone. A sottolineare la stima che l’autore italo americano ha nei confronti di Barks, stanno le prime tavole di tutti i capitoli della Saga, in cui è riportata la scritta D.u.c.k. (che in inglese significa “anatra”, a dimostrazione del tema trattato nella storia), spesso camuffata nei disegni, e talvolta quasi impossibile da individuare[3]. Questo simpatico gioco di lettere, è in realtà una sigla, le cui componenti sono le iniziali di questa frase: Dedicated (to) Uncle Carl (by) Keno (in italiano: dedicato allo zio Carl, da Keno). Lo zio Carl cui Don Rosa dedica ogni capitolo della Paper Dinastia è, ovviamente, Carl Barks, il padre dei paperi.


LO STILE DI DON ROSA, ESPRESSO AL MEGLIO NELLA PAPER DINASTIA

        Non è un caso che gli appassionati di questo autore siano unanimemente concordi nell’attribuirgli quella caratteristica  - cui ho già fatto menzione – della razionalità. Don Rosa, infatti, è in grado di distinguersi per uno stile inconfondibile, che mischia l’elemento fantasioso, spiritoso (molto spesso addirittura satirico) e poco verosimile sul piano della trama di determinati episodi, ad un razionalismo quasi maniacale. E’ difficile spiegarlo a parole, occorre osservare alcune delle tavole della sua biografia di Paperone per percepirne l’essenza: ecco allora che immediatamente saltano all’occhio i particolari rifiniti minuziosamente, gli sfondi sempre curati nei dettagli. Ma, cosa ancora più importante, in quasi tutte le sue vignette sono presenti elementi estranei ai protagonisti della scena, elementi dei quali, di volta in volta (per i lettori più appassionati, che non si limitano ad una sola e superficiale lettura dell’opera) si scopre l’esistenza.  Consapevole che sarebbe fuori luogo entrare ulteriormente nel dettaglio su questo specifico argomento, onde evitare di rovinare il piacere della lettura e dell’intrattenimento a chi si volesse dilettare per la prima volta a sfogliare le pagine di quest’opera, vorrei sottolineare come l’aspetto poc’anzi evidenziato non abbia l’intento di rivelare parti determinanti della trama o delle singole vignette della Saga, ma solamente quello di dimostrare come lo stile di Don Rosa sia, per quanto appunto molto fantasioso e spiritoso (se così non fosse, del resto, non si tratterebbe comunque di un “fumetto” che porta il marchio della Walt Disney) anche estremamente “fiammingo”, per rubare un termine al mondo della pittura. Le tavole ci vengono presentate più come le scene di un film, in cui la macchina da presa scova ogni singolo aspetto particolare dello sfondo, e il campo d’azione è ricco di elementi. Il fatto che si tratti di semplici “disegni” ci indurrebbe a paragonare le tavole di Don Rosa più a delle fotografie che alle scene di un film, ma il dinamismo di ogni figura presente in esse è così tangibile, che risulta più riuscito l’accostamento con l’inquadratura cinematografica, dove il fattore del tempo si aggiunge a quello dello spazio.
        Sotto questi aspetti, Don Rosa è il meno disneyano fra gli artisti che lavorano per questa casa produttrice. Nel suo stile grafico manca quel tratto unico, semplice e lineare che contraddistingue i “fumetti” Disney in genere e li qualifica come tali, a vantaggio di un tratto molto più particolareggiato, in cui sul primo piano di Paperon de’ Paperoni si contano le singole piume del viso, le rughe sono disegnate alla perfezione, le figure di contorno smettono di essere tali e ferme sullo sfondo, per portare avanti, ognuna, una propria storia personale, un proprio dinamismo, per ritagliarsi ciascuna un suo momento di gloria nella vignetta. A titolo di esempio, riporto solo la seconda vignetta della seconda pagina del primo capitolo della Saga, in cui, mentre i protagonisti parlano, la vita di un volatile viene attentata da un lombrico. Immagine, quest’ultima, apparentemente insignificante ai fini della trama, ma che sottolinea l’importanza che Don Rosa attribuisce ad ogni singolo elemento presente nelle sue tavole, per cui un uccello che viene disegnato, non è semplicemente una figura di contorno, immortalata mentre vola, come parte integrante di un paesaggio fermo, ma qualcosa di più, cioè un mini-personaggio nella storia, che ha vita propria, e che crea dinamismo e movimento nella scena, proprio come certe comparse in un film.


IN PRINCIPIO FU CARL BARKS – BREVE ANALISI DEI CAPITOLI DELLA SAGA


        Colle Fosco, ragazzo, desolato come tante terre di Scozia... queste le prime parole pronunciate da Fergus de Paperoni, mentre accompagna il figlioletto Paperone, che ha ancora dieci anni, durante una qualunque giornata uggiosa del 1877, a visitare la “gloria passata” del Clan De’Paperoni, in un’umida e paludosa landa scozzese.  Quella gita al castello di famiglia significherà molto, emotivamente, per il piccolo Paperone, che deciderà, spronato proprio dai familiari, di ridare lustro alla sua famiglia.
        Questo primo capitolo della Saga è importante non solo per l’input che Paperone riceverà dalla sua mitica “numero uno”, la prima moneta guadagnata con fatica e sudore, ma anche per l’intuizione di dover emigrare in America, per cercare la fortuna che restituirà la dignità al suo buon nome.
        Inutile dilungarsi sui particolari. Basti ricordare che alcune storie di Barks sono state determinanti per descrivere gli eventi narrati in questa prima parte della Paper Dinastia.
        In particolare, Don Rosa si è avvalso della lettura delle seguenti storie: Paperino e il segreto del vecchio casatello (del 1948, pubblicata su Zio Paperone n. 70), per quanto riguarda i nomi di tutti gli antenati di Paperone; Zio Paperone e il re del fiume d’oro (pubblicata nel 1958, su Zio Paperone n. 95), per l’attività di venditore di legna; Zio Paperone e l’intruso invisibile (pubblicata nel 1963 su Zio Paperone n. 15), Zio Paperone e la Regina del Cotone (pubblicata nel 1955 su Zio Paperone n. 71), per la figura di Angus Manibuche, a mio avviso,  una delle più riuscite ed originali di tutta la storia, se è possibile stilarne una classifica.

        Si sente nell’aria che ci sono occasioni da prendere al volo... Paperone ha ancora tredici anni, in questo secondo capitolo della Saga, eppure ha già il fiuto per gli affari. Infatti sono questi i suoi primi pensieri, una volta toccato il suolo dell’affollatissima città americana di Louisville (tra l’altro, anche città natale dello stesso Don Rosa), giuntovi alla ricerca del suo zio paterno Angus Manibuche, noto per la sua inclinazione al gioco d’azzardo.
        Paperone riceverà importanti spunti per le sue avventure, la ricchezza che persegue, ma si imbatterà anche nei suoi “primi nemici”, accorgendosi che un uomo onesto, sulla propria strada, incontrerà sempre prima o poi qualcuno deciso a rovinargli la festa...
        In questo capitolo Don Rosa attinge, fra le altre, a queste fonti: Zio Paperone e la Regina del Cotone (del 1955, pubblicata su Zio Paperone n. 71), per quanto riguarda la sfida fra Angus Manibuche e Porcello Suinello e Zio Paperone e la gara sul fiume (1957, Zio Paperone n. 59), per gli avvenimenti sul Mississippi e la comparsa di alcuni personaggi (amici e nemici) assolutamente determinanti.

        Murdo, ecco uno che ha la stoffa del grande uomo... non immaginereste mai chi pronuncia questa frase, interloquendo con un amico, alla fine del terzo capitolo della Paper Dinastia, per descrivere il giovane Paperone. Credo sia meglio che freniate la vostra curiosità, perché la sorpresa è davvero dietro l’angolo...
        Questo capitolo della Saga è comunque determinante, per il futuro di Paperone, che decide di rimanere nelle praterie del Montana, in cui aveva prestato lavoro presso un ricco proprietario di bestiame, solo per due anni, in previsione di nuovi viaggi.
        Per raccontarci tutto questo, Don Rosa ha tratto informazioni da queste storie: Paperino e il mistero degli Incas (1949, Zio Paperone n. 88), per il riferimento alle uova quadrate; Zio Paperone monarca del bestiame (1967, Zio Paperone n. 71), per il riferimento ai fratelli fuorilegge Mc Viper.

        Dovrebbero costruire un monumento qui, da qualche parte! Una statua che dia il benvenuto a quanti arrivano qui, inseguendo il sogno di diventare qualcuno... Lo dice Paperone, nell’ultima pagina del quarto capitolo, quando su una nave che sta attraccando al porto di New York, si appresta ad imbarcarsi nuovamente su un altro bastimento che lo ricondurrà in Scozia, a trovare i familiari, che hanno invocato il suo aiuto per una grave crisi del Clan. In questo capitolo, Paperone incontra un personaggio che lo aiuterà davvero a diventare qualcuno, ma anche ad aggiungere alla sua lista di “rivali” un nome nuovo.
        Le storie di Barks cui Don Rosa si è ispirato sono queste: Zio Paperone e la disfida dei dollari (1952, pubblicata su Zio Paperone n. 71), in cui Paperone afferma di essere stato cercatore d’oro nel Montana; Zio Paperone e la cassa di rafano (1953, Zio Paperone n. 73), per i riferimenti alla dentiera d’oro, come cimelio di famiglia.

        Allora è il momento di partire! Mi sento dentro la certezza di essere destinato a qualcosa di grande. Non fallirò per sempre... ovviamente è sempre Paperone a pronunciare queste parole, in conclusione del quinto capitolo. Il giovane papero intravede nell’arcobaleno di Colle Fosco un presagio, che gli suggerisce che diventerà un cercatore d’oro. Ma Paperone sa che, pur con la tenacia che lo contraddistingue, il suo cammino non sarà facile.
        Don Rosa, fra le altre, si è ispirato a queste storie barksiane: Zio Paperone e il fiume d’oro (1958, pubblicata su Zio Paperone n. 95), in cui Paperone dichiara di provenire da una famiglia umile; Paperino e il segreto del vecchio castello (1948, Zio Paperone n. 70), in cui si rivela l’identità di molti antenati di Paperone.

         Nessuno può prendersi gioco di me... Paperone lo grida a gran voce, nel sesto capitolo, dopo essersi reso conto di essere stato truffato da colui che reputa come la persona più infida che abbia mai conosciuto.
        Non vi rivelo l’identità di questo personaggio. Si sappia solo che Paperone lo incontra in Sud Africa, luogo in cui si reca per cercare l’oro, e che va aggiunto al libro nero di Paperone, in quanto diventerà uno dei suoi più acerrimi nemici.
        Ecco le storie da cui ha attinto Don Rosa: Zio Paperone e la corsa all’oro (1964, pubblicata su Zio Paperone n. 17), nella quale Paperone racconta di aver partecipato alla corsa all’oro in Africa; Paperino e il torneo monetario (1956, Zio Paperone n. 75), per il personaggio “infido” che ha truffato Paperone.

         Il sogno mi sta forse dicendo di andare verso Nord? Verso le montagne rocciose?... siamo alla fine del settimo capitolo della Saga. Paperone ha vissuto esperienze non proprio gratificanti in Australia, dove si era recato per cercare l’oro, seguendo il presagio dell’arcobaleno di Colle Fosco. In questo capitolo Paperone non trova l’oro, ma fa la conoscenza di un personaggio che riesce ad aprirgli la mente, già orientata verso il pragmatismo e il materialismo che lo contraddistinguono, in modo tale da indirizzarlo, forse, verso la giusta direzione.
        Fra le altre storie di Barks, Don Rosa ha fatto affidamento su questa: Zio Paperone e la corsa all’oro (1964, Zio Paperone n. 17), dalla quale l’eclettico autore della Paper Dinastia ricava l’informazione relativa alla partecipazione di Paperone alla corsa all’oro in Australia.

        Se fosse davvero oro, tutto questo finirebbe. Sarei ricco, ma non sarei mai più lo stesso... Paperone è attanagliato da questo dubbio, nell’ultima pagina dell’ottavo capitolo, un momento prima di scoprire di avere l’opportunità di diventare uno dei paperi più ricchi dell’Alaska.
        Capitolo insolito, questo, non voglio svelare perché. Basti sapere solo che qui viene sfatato uno dei più grandi tabù disneyani.
        Ecco le storie cui Don Rosa si è ispirato: Zio Paperone e la stella del Polo (1953, pubblicata su Zio Paperone n. 77), per la figura di Doretta Doremi; Zio Paperone a nord dello Yukon (1965, pubblicata su Zio Paperone n. 24), per la cronologia delle vicende e l’introduzione del personaggio di Soapy Slick.

        Le highland scozzesi sono troppo ancorate al passato, mentre la mia vita è legata al futuro! In paesi lontani! Nel progresso... Siamo nel nono capitolo,  e Paperone ha finalmente consolidato la sua ricchezza. Può infatti tornare dalla sua famiglia in Scozia, da trionfatore, con la dignità sua e del clan finalmente riconquistata.
        Ma Paperone si rende conto di aver perso il senso, il costume, l’amore per le tradizioni della sua terra. Paperone... parti con le tue sorelle. Portale in America, verso una vita nuova! Con questa frase, sempre nello stesso capitolo, Fergus De Paperoni da l’ultimo incoraggiamento al suo figlio ormai già milionario, perché possa costruirsi e consolidare un vero impero, senza correre il rischio di vederlo sfumare a causa dell’invidia e dell’arretratezza della gente della sua patria natia. Questo è un capitolo di svolta nella Saga, perché Paperone  si appresta a diventare quello che tutti noi conosciamo...
        Don Rosa si è documentato grazie alle seguenti storie: Zio Paperone e la stella del Polo (del 1953, pubblicata su Zio Paperone n. 77), per le notizie che riguardano Doretta Doremi; Zio Paperone a nord dello Yukon (del 1965, pubblicata su Zio Paperone n. 24), per il riferimento a Soapy Slick.

        Gentile signora, meglio abituarsi a quell’“edificio bruttissimo”... perché resterà lì, per sempre! Paperone ha già le idee chiare, una volta giunto sulla costa ovest degli Stati Uniti, su quella baia abitata da così poche persone, per lo più contadini. Avete indovinato a quale”edificio bruttissimo” si riferisce il protagonista della Paper Dinastia, nell’ultima pagina del decimo capitolo?
        Anche questo capitolo è denso di avventure. Per narrarcele, Don Rosa ha tratto ispirazione da: Paperino e il nascondiglio nascosto (del 1959, pubblicata su Zio Paperone n. 57); Zio Paperone e i guai del progresso (1956, Zio Paperone n. 79); Paperino contro l’uomo d’oro (1952, Zio Paperone n. 32), per il nome dello Stato del Calisota.

        Sono il papero più ricco del Mondo! Io! Buuuaah-ah.ahhh! Così si conclude l’undicesimo capitolo della Saga. Paperone ha raggiunto il suo sogno: essere il papero più ricco del Mondo. Ma a che prezzo? Non voglio spingermi oltre.
        Sono queste le storie di Barks che hanno ispirato Keno Don Rosa: Paperino e il feticcio (1949, pubblicata su Zio Paperone n. 80), per i riferimenti allo stregone Matumbo, al Gongoro e, soprattutto, all’unica azione veramente disonesta di tutta l’esistenza di questo inarrestabile palmipede; Zio Paperone e un problema da nulla (1961, Zio Paperone n. 73), per il riferimento alla tribù africana dei Quack quack.

        Scommetto che è uno smidollato, una femminuccia viziata. E se ha tonnellate di denaro, le avrà ereditate, centesimo su centesimo... Nelle prime pagine di questo dodicesimo e ultimo capitolo della Saga, quattro personaggi si apprestano a conoscere di persona l’ormai celebre Paperon de Paperoni. Chi sono? Chi di loro pronuncia quella frase così acida nei confronti del Papero più ricco del Mondo?
        Tra le storie da cui Don Rosa ha tratto elementi per raccontarci questo epilogo della Saga, spicca questa: Zio Paperone e il Natale sul monte Orso (del 1947, pubblicata su Zio Paperone n. 75), la storia di esordio di Paperone.


PAPERON DE’ PAPERONI: UN PERSONAGGIO STORICO

        Un'altra caratteristica che fa della Paper Dinastia uno dei capolavori del fumetto Disney è il continuo inserimento della figura di Paperon de’ Paperoni all’interno di una cornice di eventi storici realmente accaduti, spesso con l’accostamento al protagonista di politici, banditi e affaristi che conosciamo oggi grazie al libro di Storia, e che grazie  a Don Rosa hanno potuto condividere qualche istante della loro vita confrontandosi (e a volte scontrandosi) con il Papero più ricco ed avventuroso del mondo.
        La tentazione di entrare nel dettaglio e rivelare notizie essenziali sull’argomento è per me forte, ma mi trattengo, consapevole che la maggior parte dei lettori di questo scritto preferirà indubbiamente scoprire volta per volta le incredibili sorprese che l’autore italo americano della Saga ci riserva nella sua opera.